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giovedì 25 agosto 2016

IL RECENTISSIMO TERREMOTO CHE HA DIVISO L' ITALIA IN DUE TRONCONI HA SPINTO LO SCRITTORE PARTENOPEO HERRY DE LUCA A COMMENTARE CON LA CONSUETA PROFONDITA'.

E non poteva essere altrimenti. Gli eventi catastrofici di queste ultime ore e gli interrogativi che i terremoti e le altre calamita' naturali suscitano hanno un preciso intento pedagogico e obbligano a fermarsi per più di qualche attimo per cercare di capire ciò che accade intorno all'uomo che, pur ritenendosi superiore a tutte le specie viventi, non ha ancora ben compreso la sua drammatica precarietà.

di Antonio Tortora

Tratto da: http://www.ilpost.it/

“Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.
Si abita un suolo chiamato per errore terraferma. È terra scossa da singhiozzi abissali. Questi di stanotte sono partiti da oltre quattromila metri di profondità. Qualche giorno fa stavo agli antipodi, oltre quattromila metri sopra il mare. Quel monte delle Alpi non è un meteorite piovuto dal cielo, ma
il risultato di spinte e sollevamenti scatenati dal fondo del Mediterraneo. Forze gigantesche hanno modellato il nostro suolo con sconvolgimenti.
Si abita una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti. Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite. Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati. Ricordano, ammoniscono a non insuperbirsi di nessun possesso.
Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi. Ma i mezzi di soccorso sono di stanza nei grandi centri. Fosse un’invasione, quale generale accentrerebbe le sue forze lontano dai confini? Per il protettor civile questo ragionamento non vale. Ogni volta deve spostare le sue truppe con lento riflesso di reazione. Ai naufraghi nelle prime ore serve il conforto al cuore di un qualunque segnale di pubblica prontezza. Invece arriva prima un parente, un volontario, un giornalista. Il terremoto è anche un’invasione, contro la quale avere riserve piccole e pronte sparpagliate ovunque.
“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe racconta il sentimento di stare attaccati all’ albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione”.
Erri De Luca

Tratto da: http://www.ilpost.it

 "Il terremoto è un naufragio in terra........", "Si abita un suolo per errore chiamato terraferma.......", "Si abita una terra precaria......", Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi......."; così declama e  argomenta ERRI DE LUCA pacatamente con il cuore e con la ragione. Poche parole che ci inchiodano alle immagini, alle voci, alle lacrime, ed infine a un senso profondo di inquietudine e di sconforto. Un borgo, per quanto incantevole e ricco di storia, una città per quanto popolata e ricca di attività, una massa di uomini per quanto raziocinanti e capaci di sopravvivere a lungo, scompaiono del tutto in pochi interminabili secondi. Una potenza inaudita, schizzata improvvisamente dal centro di una terra irrequieta, dissolve e polverizza vite e case, uomini e cose, arte e storia, civiltà e progresso. Avendo da poco cominciato a leggere uno scritto pubblicato negli anni '80 dal filosofo ebreo ABRAHM JOSHUA HESCHEL non possiamo fare altro, sovrapponendoci agli eventi calamitosi di questi giorni d'agosto e alle osservazioni di DE LUCA, che porci una fatidica domanda: "Chi è l'uomo?". E' un animale capace di acquisire conoscenza come afferma in sintesi Aristotele? E' la misura di tutte le cose come lascia intuire con disarmante sicurezza Protagora? E' una macchina biologica come sostengono le più recenti teorie scientifiche? E' un capolavoro del cielo come dichiarano i mistici delle religioni monoteiste? Oppure, paradossalmente, è l'unico errore della natura per come si comporta da superuomo e per come agisce in maniera sconsiderata? E' difficile dare una risposta. Concetti, idee, curiosità e ipotesi comunque conducono tutte all'uomo che crede di essere definitivo ma si rivela provvisorio rispetto alle catastrofi, all'uomo che crede di essere docile ma si comporta in maniera rivoltosa nei confronti dell'ambiente in cui vive, all'uomo che presume di poter osare ogni cosa, anche l'inosabile, ma che è in realtà prigioniero delle sue stesse fragilità; infine all'uomo che crede di essere diverso perchè l'evoluzione dovrebbe portare al progresso mentre non fa altro che essere uguale a sè stesso con la sua innata arroganza e la sua presunzione di riuscire a dominare gli eventi imprevedibili della natura.

https://plus.google.com/+AntonioTortoraGiornalista/posts/RStJZ2FNZZa 

sabato 13 agosto 2016

PALAZZO DONN' ANNA A POSILLIPO: CAPACE DI INCANTARE PUR NELLA SUA MISTERIOSA E INSPIEGABILE PRECARIETA'

A NAPOLI ABBIAMO POSILLIPO OVVERO UNO "SCAMPOLO DI PARADISO TERRESTRE" MA ABBIAMO ANCHE IL MONUMENTALE PALAZZO DONN' ANNA OVVERO "UNA MAESTOSA MOLE CADENTE E QUASI UNA ROVINA, MA BELLISSIMA, AL COSPETTO DEL MARE" COME SCRIVE RAFFAELE LA CAPRIA.

di Antonio Tortora


Scorcio Palazzo Donn'Anna (Foto Antonio Tortora)

Trattiamo ora del dettaglio architettonico di una delle più antiche, caratteristiche, mitiche, riprodotte su tela e antiche gouaches, acquerellate, fotografate e ammirate residenze storiche di Napoli: Palazzo Donn'Anna. Infatti solo l'mmagine del Vesuvio può eguagliare l'importanza di tale immagine nel mondo e nonostante il degrado urbanistico della zona di Posillipo, a nostro avviso ma anche stando al parere delle migliaia e migliaia di persone e di turisti che ivi si recano per ammirarla ogni anno, il promontorio posillipino rimane certamente uno "scampolo di paradiso terrestre". E' bene chiarire che la Regina Giovanna II° che il popolo ha sempre erroneamente associato a donn'Anna non c' entra nulla con tale sia pur regale palazzo tufaceo, divorato dal tempo e dai marosi, per la ragione che nella prima metà del quattrocento, epoca in cui visse appunto la Regina, tale palazzo non era stato ancora costruito. Risale infatti al XVII° secolo e fu commissionato al campione del barocco partenopeo Cosimo Fanzago da Donn'Anna Carafa moglie del Vicerè di Napoli Don Ramiro Guzman De Las Torres, Duca di Medina. Non fu mai terminato per varie e alterne vicende e proprio il fatto di essere rimasto incompiuto e di conservare il suo fascino straordinario fino a i nostri giorni ha fatto scrivere a Raffaele La Capria che tale palazzo era ed è una "maestosa mole cadente e quasi una rovina, ma bellissima, al cospetto del mare". Un'immagine davvero forte e suggestiva che fa ben comprendere come la natura, prima o poi, presto o tardi, è destinata a vincere la sua battaglia con la storia. E noi condividiamo appieno tale teoria tenendo presente che il monumentale palazzo ha resistito a secoli di incuria e abbandono, al terremoto del 1688, al violento tsunami provocato dall'eruzione del Vesuvio del 1779, alle incursioni di ladri e vandali; è passato poi per molte mani nobili e aristocratiche che hanno cercato di restaurarlo. All'inizio dell'800 divenne perfino sede di una fabbrica di vetro e fu in parte demolito quando venne costruita la nuova via che costeggiava Posillipo. Ebbene il tufo di cui è prevalentemente costruito provoca, nell'osservatore attento, la sensazione che tutto il complesso architettonico, pur nella sua splendida e terribile precarietà, sia il prolungamento quasi naturale del costone tufaceo da cui si protrae verso il mare e quel groviglio inestricabile di finestre e balconi, scale interne e ammezzati, innumerevoli stanze e numerose grotte inesplorate, mura scalcinate e massi semipericolanti, davvero danno l'idea di una natura che vince sempre e preserva i suoi tesori per farli ammirare a noi, ai posteri, alla caotica modernità che pare disinteressarsi dell'antico, del bello, del pittoresco. Ma abbiamo un'altra ipotesi da tirare in ballo per i cercatori dello spirito e per gli appassionati di storia patria: e se questo luogo fosse immortale? Innerrvato nelle spire del tempo e dello spazio, del cielo e della terra, dell'acqua marina e del vulcanico tufo? Abbiamo appurato, dalle nostre ricerche sulle antiche mappe catastali, che tale manufatto era denominato "La Sirena" e un brivido sale per la schiena, a noi che amiamo la Sirena e il suo mito che da sempre ci nutre. Forse è qui che si è spiaggiata la Sirena Parthenope all'epoca in cui la città è stata fondata? Forse è qui, nei meandri e nei sotterranei del Palazzo Donn'Anna, che si trova la Tomba della Sirena oggetto di culto fino ad epoche relativamente recenti? Per noi tale luogo non è artificiale bensì è naturale, e pur se spoglio, senza stucchi, senza intonacature, senza leziosità barocche, senza grandiosità aristocratiche residue, ci pare essersi purificato dalla mano dell'uomo e dalla sua operosità per tornare a sorvegliare il Golfo e per custodire lo spirito indomito della Sirena e di una Napoli che resiste, simbolicamente e realmente, a tutto.

Uno dei cortili interni di Palazzo Donn'Anna (Foto di Antonio Tortora)


Palazzo Donn'Anna dal lato del Bagno Elena (Foto di Antonio Tortora)


Più foto: https://plus.google.com/+AntonioTortoraGiornalista/posts/VENguAkBFw4