lunedì 19 gennaio 2015

Escursione antropologica di Antonio Tortora e Stefano Sposito ai ruderi di Castel di Sangro.

Un paesaggio bucolico e un'identità agricola e pastorale da preservare.

Fra i ruderi medievali delle fortificazioni di Castel di Sangro e le mura megalitiche di origine sannita ci si rende conto di quanta storia, sedimentata dai secoli e dai millenni, caratterizza una cittadina che oggi é considerata solo una importante piazza commerciale abruzzese. Un invito dunque a visitare più in profondità le vestigia di un passato che rivive ogni volta che gli occhi e le mani di un visitatore temerario e consapevole guardano e toccano le pietre dove preziose incisioni lasciano fluire il tempo e la storia dell'uomo. Un panorama a trecentosessanta gradi sulla cittadina, sulla piana e sui monti che ad essa fanno da corollario ritempra la vista e ricorda che nulla è perduto se c'è la volontà di recuperare e valorizzare la cultura montana, agricola e pastorale di una delle più belle regioni d'Italia. Abbiamo avuto la possibilità di osservare e scoprire interessanti reperti di epoca medievale, croci penitenziali e forse templari (vedi slide al min. 19.42)  incise su blocchi di pietra riutilizzati per lavori di consolidamento, di accedere a cunicoli e camminamenti sotterranei ed infine di salire su torri di avvistamento, in ottimo stato di conservazione, che fanno ben comprendere come fossero avanzate le conoscenze nel campo delle costruzioni fortificate e quanta sicurezza potevano offrire agli abitanti e alle comunità delle piane sottostanti. Un paesaggio bucolico che, ancora oggi e nonostante le trasformazioni urbanistiche, conserva intatto il suo fascino.



domenica 18 gennaio 2015

PER UN' ANTROPOLOGIA DEL SANFEDISMO STORICO CONSAPEVOLE E NON NOSTALGICO.

PER UN MOMENTO ABBANDONIAMO IL TERRENO DELLA POLEMICA E PERCORRIAMO LA STRADA DELLA RIVALUTAZIONE STORICA PARTENDO DAL CONTROVERSO TERMINE "SANFEDISTA"

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero. (Proverbio Arabo) 

Rifiutiamo categoricamente i sinonimi correntemente utilizzati in ambito storico, politico e sociologico di "clericale" e "reazionario" per definire "sanfedista" ma, sia pur con qualche distinguo, ne accettiamo la definizione offerta dall'Enciclopedia Italiana Treccani. E cIò  senza lasciarci coinvolgere in disquisizioni polemiche e dissertazioni capziose bensì auspicando serene e assennate valutazioni storiche e antropologiche. L'amore e il rispetto per la nostra città e per la sua storia plurimillenaria è fuori discussione.



                                                 Tratto da Youtube "medicodellasaub"
                                                
SANFEDISTI: Masse di Santa Fede, e quindi di Sanfedisti, si chiamarono per la prima volta quelle bande armate delle plebi rurali e cittadine, che, in nome della vecchia fede degli avi e degli antichi costumi, si sollevarono contro i Francesi e i patrioti nel regno di Napoli, provocando la sanguinosa reazione del 1799. Il movimento fu così pronto, spontaneo e vivace, che un cardinale di grande energia, F. Ruffo di Bagnara, sbarcato con alcuni uomini in Calabria, e pochi avventurieri còrsi, capitati nelle Puglie, poterono dominarlo e indirizzarlo, senza difficoltà, verso la restaurazione monarchica e la distruzione della Repubblica Napoletana, privata dalla guerra della seconda coalizione dell'ausilio dell'esercito francese di E. A. Macdonald. Ma se la monarchia borbonica seppe sfruttare questo moto popolare, non seppe padroneggiarlo a pieno, come avrebbe voluto il Ruffo, e si lasciò trascinare a quella violenta reazione, che segnò, si può dire, la fine morale della monarchia borbonica di Napoli. Il sanfedismo rivelò, inoltre, la profonda crisi morale e sociale che travagliava il Mezzogiorno: si trovarono di fronte la classe colta e le plebi e v'era tra loro tale abisso, che, come ben vide V. Cuoco, sembravano due popoli diversi per due secoli di tempo e per due gradi di clima. Da storici recenti la classe colta napoletana è stata accusata di non avere capito il popolo che si trovava di fronte, ma il rimprovero è ingiusto, perché quella classe colta capì la profondità del moto, l'ammirò anche per l'energia morale, sia pure male applicata, che aveva rivelato, e continuò a lottare per il trionfo di quelle istituzioni, che sole avrebbero potuto portare il popolo sulle soglie della grande politica. Così pure è da attenuare in certo senso il patriottismo del sanfedismo, perché, sebbene moti analoghi scoppiassero in tutti i territorî dei vecchi stati regionali italiani, non vi fu tra loro alcuna sutura ideale e politica e il patriottismo locale non si trasformò in patriottismo nazionale. L'Italia non ebbe, né poteva avere la bella guerra nazionale contro i Francesi, come la Spagna e la Germania, e il sanfedismo non fu, in fondo, che una Vandea italiana, su uno sfondo sociale più grandioso.
Nella Restaurazione dopo il 1815, sanfedisti si chiamarono anche nello stato pontificio quelle sette reazionarie che si contrapposero alle liberali, ma su esse mancano lavori esaurienti, che permettano di tracciarne con sicurezza i caratteri. Nella Restaurazione poi il termine sanfedista acquistò in Italia un'accezione più lata, e fu dato dai liberali ai partigiani del trono e dell'altare, con un senso d'infamia e di sprezzo in ricordo delle stragi del 1799, onde la qualifica non fu mai accolta in buona pace da coloro che ne erano gratificati. Dopo il 1850 circa, nella polemica liberale il vocabolo sanfedista cedette il posto a quello di clericale, che veniva dalle lotte politico-religiose francesi e che in Italia era stato adoperato solo in senso stretto per designare il governo politico dei preti nello Stato Pontificio.
Un'eccellente bibliografia del movimento sanfedista nel Mezzogiorno è quella di N. Cortese in appendice alla sua edizione del Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 di V. Cuoco (Firenze 1926, pp. 430-37). Sulla genesi sociale del movimento, cfr. G. Prato, L'evoluzione agricola nel sec. XVIII e le cause economiche dei moti del 1792-98 in Piemonte, in Atti della R. Acc. di scienze di Torino, 1908-09; N. Rodolico, Il popolo agli inizi del Risorgimento nell'Italia meridionale, 1798-1801, Firenze 1925. Sui caratteri, cfr. B. Croce, Storia del regno di Napoli, Bari 1925, pp. 222-228; il cit. Rodolico; G. Lumbroso, I moti popolari contro i Francesi alla fine del sec. XVIII, Firenze 1932. Per le sette sanfediste nello Stato Pontificio, cfr. L. Farini, Lo Stato Romano dall'anno 1815 all'anno 1850, I, Torino 1850: G. Cassi, Il card. Consalvi e i primi anni della restaurazione pontificia, 1815-19, Milano 1931. Sulla parola "clericale", cfr. I Maurain, La politique ecclésiastique du second empire de 1852 à 1869, Parigi 1930, p. 960.

Scritto curato da Walter Maturi, liberale, allievo di Michelangelo Schipa, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e Gioacchino Volpe, ma serio e attento studioso della storia italiana meridionale e risorgimentale.

Tratto da: http://www.treccani.it/enciclopedia/sanfedisti_%28Enciclopedia-Italiana%29/

Testo originale del CANTO DEI SANFEDISTI in lingua napoletana cantato e interpretato dal grande Peppe Barra:

A lu suono de grancascia
viva lu populo bascio.
A lu suono de tamburrielli
so' risurte li puverielli.
A lu suono de campane
viva viva li pupulane.
A lu suono de viuline
morte alli giacubbine.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
A sant'Eremo tanto forte
l'hanno fatto comme 'a ricotta
a 'stu curnuto sbrevognato
l'hanno miso 'a mitria 'ncapa.
Maistà chi t'ha traruto
chistu stommaco chi ha avuto,
'e signure 'e cavaliere
te vulevano priggiuniere.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
Alli tridece de giugno
sant'Antonio gluriuso
'e signure 'sti birbante
'e facettero 'o mazzo tanto.
So' venute li Francise
aute tasse 'nce hanno mise
liberté... egalité...
tu arrubbe a me
i'arrobbo a ttè...
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
Li Francise so' arrivate
'nce hanno bbuono carusate
e vualà e vualà
cavece 'nculo alla libertà.
A lu ponte 'a Maddalena
'onna Luisa è asciuta prena,
e tre miedece che banno
nun la ponno fa sgrava'.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
A lu muolo senza guerra
se tiraje l'albero 'nterra
afferrajeno 'e giacubbine
'e facettero 'na mappina.
E' fernuta l'uguaglianza
è fernuta la libertà,
pe' vuje sò dulure 'e panza
signo' jateve a cucca'.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglie
viva 'o rre cu la famiglia.
Passaje lu mese chiuvuso
lu ventuso e l'addiruso
a lu mese ca se mete
hanno avuto l'aglio arrete.
Viva tata maccarone
ca rispetta la religione,
giacubbine jate a mmare
ca v'abbrucia lu panare.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.

Altri testi su: http://www.angolotesti.it/N/testi_canzoni_nccp_nuova_compagnia_di_canto_popolare_7965/testo_canzone_canto_dei_sanfedisti_290283.html
Tutto su Nccp Nuova Compagnia di Canto Popolare: http://www.musictory.it/musica/Nccp+Nuova+Compagnia+Di+Canto+Popolare


Testo del CANTO DEI SANFEDISTI tradotto, per chi non è partenopeo, in italiano corrente:

Al suono della Grancassa
Evviva, evviva il Popolo Basso,
Al suono del Tamburello
Sono insorti i poverelli,
Al suono della campana
viva, viva i Popolani;
al suono del violino
morte a tutti i giacobini!
Suona, suona – Suona Carmagnola
Suona l’adunata – viva il Re e la famiglia! 
Sant’Elmo, che era un grande forte 
l’hanno ridotto come una ricotta,
a questo cornuto e svergognato
gli hanno messo la mitria in testa.
Maestà, chi vi ha tradito?
Chi ha avuto questo coraggio?
I Signori, i Cavalieri
Ti volevano imprigionare!
Suona, suona – Suona Carmagnola
Tuona il cannone, 
viva sempre il Re Borbone! 
Il tredici giugno, Sant’Antonio glorioso,
ai Signori, questi birbanti,
gli fecero un culo così! 
Sono arrivati i Francesi
ci hanno messo ancora altre tasse.
“Libertà, Uguaglianza”:
Tu rubi a me, 
io rubo a te!
Suona……viva sempre al Re Borbone!
I Francesi sono arrivati,
ci hanno ripulito completamente
“ecco qua, ecco qua”,
un calcio in culo alla Libertà!
Dove è andata donn’Eleonora 
che ballava nel teatro?
ora balla per il mercato:
con mastro Donato!
Suona………… viva il Re e la famiglia!
Al ponte della Maddalena
Donna Luisa è rimasta incinta
Son venuti tre medici ma 
non riescono a farla partorire!
Dove è andata donn’Eleonora 
Che ballava nel teatro,
ora balla con i soldati,
e non ha più potuto ballare!
Suona……..viva il Re e la famiglia!
Le navi sono già pronte,
correte tutti per farle avviare,
preparatevi esultanti
perché dovete farle partire;
Nel mare c’è l’inferno ed
i suoi cancelli sono ardenti:
traditori, andate a fondo, 
non potete più rubare!
Suona……. viva sempre il Re Borbone
Al molo, finita la guerra,
hanno abbattuto l’albero
hanno preso i Giacobini
e li hanno ridotti come stracci sporchi!
E’ finita l’uguaglianza,
è finita la libertà, 
per voi son dolor di pancia:
signori, andatevene a letto!
Suona………… viva il Re e la famiglia!

Fonte: http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=4692

Mario Raffone Stampatore della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie Ascesa e declino di un'arte tipografica che il mondo ci ha sempre invidiato

Per un'antropologia distopica che riguarda la distruzione del tessuto produttivo cittadino da parte dei pubblici amministratori.


Ecco chi è Mario Raffone mio grandissimo amico e titolare di Stampa et Ars, antica tipografia napoletana oggi non più operativa.
Foto di Antonio Tortora

Nonostante gli appelli di intellettuali, di associazioni culturali e di uomini di buona volontà ha dovuto chiudere una delle più antiche attività cittadine s causa dell'insensibilità e della strafottenza dei pubblici amministratori nostrani che, così facendo come in innumerevoli altri casi, si stanno macchiando di più crimini odiosi: "genocidio culturale" di una città e di un popolo, "pulizia etnica" di antiche famiglie da generazioni impegnate sul terreno del progresso umano e materiale della città, "vandalizzazione" sistematica dei valori e delle tradizioni appartenenti, per nascita e per diritto, al popolo partenopeo.
Si. è vero sono termini forti che, però, non devono suscitare scandalo in quanto il fenomeno descritto, premeditato e pianificato in nome di una mal compresa e altrettanto mal gestita globalizzazione dei sistemi sociali, conduce a un multiculturalismo di maniera svuotato di ogni significato. Quando l'eredità culturale di una popolazione viene distrutta, per qualunque motivo, religioso, militare, politico, razziale, etnico o ideologico, rimane un involucro vuoto che desertifica l'anima dei superstiti. E proprio questo sta succedendo alla nostra città e per dimostrarlo abbiamo voluto prendere ad esempio la storia del tipografo Raffone conosciuto in tutto il mondo ma drammaticamente abbandonato, nell'ormai lontano ma anche troppo vicino 2009, dai nostri pubblici amministratori. Per convincersi di quanto affermato basta andare a vedere quante aziende artigiane, manifatturiere e finanche industriali resistono in attività sul nostro territorio e quante nuove potenzialità rimangono inespresse per i più svariati motivi; non ultimi la burocrazia asfissiante e la tassazione pazzesca e ingiustificata. Abbiamo voluto rendere omaggio al maestro Mario Raffone per la sua capacità di essere riuscito a portare avanti l'attività per tanti anni nonostante la crisi incalzante e nello stesso tempo abbiamo voluto sottoporre al lettore attento la bellezza di queste cartoline ritraenti immagini di pastori e piccoli diorami presepaili appositamente stampate molti anni fa proprio per favorire la pubblicizzazione internazionale di una forma d'arte e di artigianato che perdura da secoli.

Da un articolo apparso a mia firma su Napoli.com il 24 ottobre 2009:
MARIO RAFFONE ALLA COLUMBIA UNIVERSITY DI NEW YORK
di Antonio Tortora

Proprio in queste ore si tiene un incontro espositivo sul tema: “Raffone in Naples” – The Last Days of Print Culture presso lo European Institute of Columbia University di New York. Si tratta di un evento voluto e curato dalla responsabile del Dipartimento di Storia dell’Ateneo statunitense nonché docente di Storia dell’Europa Victoria de Grazia, molto conosciuta in Europa e in Italia per i suoi libri “L’impero irresistibile: La società dei consumi americana”, “Le donne del regime fascista”, “Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista” e insieme al docente di Storia Moderna all’Università di Torino Sergio Luzzatto il monumentale “Dizionario del Fascismo”. Le immagini che corredano la mostra sono di Nancy Goldring artista  fotografa esperta nel “raccogliere immagini e frammenti di culture scomparse immerse nella realtà contemporanea” e profonda conoscitrice dell’arte e dell’architettura italiana. 
In verità non avremmo voluto trattare quest’argomento, perché farlo significa snocciolare un’altra dolorosa sconfitta della nostra città e della classe politica che la governa. Tuttavia corre l’obbligo di raccontare della tipografia storica Stampa et Ars di Mario Raffone che per oltre un secolo ha prodotto piccoli e grandi capolavori su carte pregiate e con fini inchiostri in pieno centro cittadino, cambiando sede un paio di volte tra piazza Dante e via Costantinopoli, quest’ultima divenuta negli anni punto d’incontro della Napoli che pensa, legge, scrive, dipinge e che raccoglie e produce cultura. Da Benedetto Croce intento nelle sue ricerche a Roberto De Simone autore del pregevole “Il Segno di Virgilio” stampato proprio da Stampa et Ars, dai Nobili napoletani della Deputazione di San Gennaro con gli eleganti inviti-pergamene da inviare alle autorità per non far mancare nessuno al celebre miracolo che ogni mese di settembre si verifica nel Duomo al Duca Carlo di Borbone di Calabria che nel 2001 visitò personalmente la tipografia. 
L’ ultimo stampatore della Real Casa borbonica delle Due Sucilie, dei Savoia e della nobiltà cittadina ha definitivamente chiuso ed è partito per gli Stati Uniti dove darà testimonianza della fine di un’epoca, quella di Gutenberg, dove spiegherà i sacrifici del padre e del nonno in un’epoca in cui il merito, la bellezza e il gusto rappresentavano valori indiscutibili; ma soprattutto spiegherà i suoi sacrifici individuali e familiari sopportati invano negli ultimi anni senza poter avere alcun aiuto e nessun tipo di approvazione da parte di coloro che avrebbero dovuto tutelare le specificità cittadine e il lavoro di qualità. 
Mario Raffone poteva insegnare l’arte tipografica ai giovani, poteva costituire un’associazione per la salvaguardia di un’arte che adesso è irrimediabilmente destinata a scomparire; per questo motivo nell’invitation universitaria si parla di The Last Days of Print Culture. Poteva fare molte cose, ma schiacciato dalla concorrenza tecnologica (tutti ormai possiedono e usano una stampante), dalla noncuranza colpevole dei governanti cittadini (tutti compresi fra sprechi e scandali), dalla crisi economica (che in città, non dimentichiamolo, ha fatto chiudere circa 700 aziende nel solo mese di settembre), e dallo scadere del gusto estetico, ha dovuto tenere duro e mostrare tutta la forza di carattere per reprimere la tristezza e volare negli Stati Uniti dove la prestigiosa Università sta mostrando ancora una volta stampe, libri, biglietti augurali, cataloghi aziendali, cartoline, materiale tecnico e carte speciali per il piacere dei ricercatori di cose belle, per gli studiosi e per gli estimatori del lavoro italiano e napoletano all’estero. 
Eppure innumerevoli sono stati gli appelli lanciati attraverso i media, da quello del prof. Ezio Ghidini Citro presidente dell’Associazione Culturale Sebetia-ter a quello riportato sul Mattino dalla collega Paola Perez , nel 2001, in cui i Raffone venivano definiti “dinastia di rullo e inchiostro”. Parliamo di un “patrimonio culturale dell’intera città frutto di lavoro appassionato di tre generazioni” è scritto in uno degli appelli più forti lanciato in rete e su carta a  Regione, Provincia, Comune, Camera di Commercio, Soprintendenza, intellettuali e Stampa. Nessuno ha risposto mostrandosi sordi, nessuno ha compreso mostrandosi inetti, nessuno ha voluto assumersi la responsabilità di ridare fiato a Mario Baffone e al suo collaboratore Bruno; bensì tutti i destinatari dell’appello hanno preferito lasciare che via Costantinopoli fosse più deserta, che le vetrinette laterali collocate ai due ingressi della tipografia Stampa et Ars, caratterizzati da due architravi e quattro pilastri lignei di colore verde, rimanessero vuote e senza le stampe, i campioni tipografici e le riproduzioni di splendide gouaches settecentesche. Passando per quella via non sarà più possibile sentire gli sbuffi di quella gloriosa e storica macchina da stampa tipografica dei primi anni del novecento ancora unica nella sua specie che è il torchio tipografico Original Heidelberg costruita in Germania nella omonima città, famosa in tutto il mondo per le sue produzioni meccaniche.
Con quel torchio tipografico, dal peso di sei tonnellate, Mario Raffone recentemente e suo padre poco dopo  la metà del secolo scorso hanno stampato, con vera maestria e sapienza tipografica, su carte pregiate immagini talvolta più belle di quelle riprodotte in antiche stampe. Non a caso la macchina che ha un alimentatore che, quando funziona, pare un vero e proprio mulino a vento, è stata definita dagli addetti ai lavori ”principe delle presse” come ricorda Fred Williams Editore di “Type & Press”.
Ormai superata dai nuovi procedimenti di stampa, offset e digitale, è ancora in uso per particolari lavorazioni di precisione: cordonature, numerazione, punzonatura, rilievi, fustellature, perforature e rappresenta a tutti gli effetti l’evoluzione del torchio tipografico di Gutenberg. Ebbene Mario Raffone l’ha fatta smontare da una società specializzata e l’ha sottoposta a un nuovo processo di cromatura per restituirle dignità e valore estetico; andrà a finire in uno dei saloni della sede romana della Società Dante Alighieri dove, oltre che testimonianza museale di un’epoca che non c’è più, potrà periodicamente tornare a sbuffare, magari attivata dallo stesso maestro Raffone, a beneficio di studenti in materie artistiche e umanistiche oppure per produrre ancora una stampa di pregio per palati raffinati. Il momento dello smontaggio è stato ripreso dalle telecamere impietose del regista Lamberto Lambertini che, per l’occasione ha dovuto allestire un improvvisato set cinematografico in piena via Costantinopoli; si è trattato di immagini che potranno essere utilizzate, oltre che come testimonianza antropologica dell’evento, anche in uno dei cortometraggi che il regista partenopeo pensa di dedicare alla città; cosi come è accaduto per il fortunato corto “Queste cose visibili” in cui lo stesso Mario Raffone fece un breve intervento e il torchio tipografico Original Heidelberg funzionando e sbuffando a pieno ritmo servì da colonna sonora dell’opera. In quel caso la città di Napoli è stata raccontata attraverso le immagini dei luoghi simbolo della sua cultura e della sua storia e i racconti, pieni di pathos, dei suoi abitanti; c’è da giurare che Lambertini, sempre alla ricerca di stimoli ancestrali e ritmi partenopei, riproponga altre esperienze cinematografiche continuando a far rivivere il magico torchio tipografico e il suo domatore.
Di certo quella dei Raffone non è l’unica epopea familiare vissuta a Napoli bensì è una delle tante, troppe epopee vissute da gente, veri gentleman, che ha saputo dare un senso alla propria vita, esprimendosi con bravura, gusto e infinito garbo e contribuendo, infine, a far conoscere la nostra città a  Parigi, Londra, Vienna, New York, Los Angeles e in ogni luogo dove la bellezza fosse compresa e rispettata.

Fonte: http://www.napoli.com/stamparticolo.php?articolo=30252

Stampa di cartoline natalizie ad opera degli Stampatori della Real Casa di Borbone delle due Sicilie

ad opera di Mario Raffone (1987)


libricino in italiano


libricino in inglese

venerdì 16 gennaio 2015

PER UN'ANTROPOLOGIA DELL'ARTE POPOLARE E COLTA DI UNA PARTENOPE CHE, GRAZIE ALL'IMPEGNO DI UN GRANDE ARTISTA COME LELLO ESPOSITO, NON HA CONFINI

"La sfida è stata quella di utilizzare una maschera di cui s'era già detto tutto, ma di utilizzarla in modo sempre diverso"
                                                                      

Foto di Antonio Tortora: Lello Esposito nel suo Atelier

"La mia è arte contemporanea che nasce a Napoli e la rappresenta nel mondo pur partendo dai segni riconoscibili della tradizione; in questo concetto non c'è traccia di localismo in quanto parlare di tradizione è un fatto universale"


l
Pulcinellesco e Shakespeariano dilemma








Foto di Antonio Tortora (Copertina di Enrico Aiello)
Book fotografico di alcune opere esposte nell'Atelier al momento della visita.

Pulcinella ispiratore e presenza costante nello studio 
dell'intellettuale partenopeo
C'è sempre un dilemma da risolvere nella vita di ognuno di noi.
C'è sempre qualcosa da scrivere nella vita di un giornalista.



Ebbene, scrivemmo a suo tempo un articolo per Fumus - Il Libro delle Eccellenze Napoletane, fortemente voluto come progetto editoriale dagli imprenditori e avvocati romani Arturo e Angelo Di Mascio, dedicato a Lello Esposito uno strano personaggio, artista raffinato e filosofo pragmatico, pensatore controcorrente e utopista, uomo vulcanico e straordinariamente inserito nel tessuto sociale della città da cui anagraficamente nasce e in cui artisticamente vive, dando e prendendo idee e stimoli senza sosta, direi infaticabilmente. E' difficile stargli dietro ma una volta stabilito il contatto Napoli appare ancora più profonda, insondabile e misteriosa come una fossa oceanica mentre Lui si proietta verso un futuro imperscrutabile al di là delle Colonne d'Ercole ovvero oltre il limite delle idee convenzionali.
L'abbiamo rivisto, di recente, e in virtù del vincolo di amicizia e di stima che ci lega, abbiamo parlato e discusso fitto fitto di idee e concetti conditi da entusiasmi densi e compatti. Una specie di gara da cui ovviamente Lui è uscito vincitore, sempre qualche passo avanti e qualche gradino più in alto. Riuscirci con noi è difficile come può attestare senz'altro chi conosce l'efficacia espressiva della nostra vis polemica. Tema del discorso: l'inettitudine della nuova classe di intellettuali napoletani sterilmente e pericolosamente chiusi in luoghi comuni, stereotipi e pregiudizi frutto di una storia manipolata e irrispettosa nei confronti di una delle più grandi Capitali della cultura.
Ci siamo espressi io da giornalista e da "scrittore" come Lello ama definirmi e Lui da artista disincantato, realista ed effervescente. Morale della favola: qualcuno ha provato a seguirci ma non ci è riuscito e noi viaggiamo ancora sulla corsia di sorpasso di un'autostrada che ci pare angusta e stretta
Ci piace riproporre ai nostri lettori e corrispondenti l'articolo che, di certo, non ha perso la sua attualità.

LELLO ESPOSITO, scultore e pittore

Parlando di Lello Esposito qualcuno ha scritto: “si è impadronito dei simboli della tradizione locale, quali la maschera di Pulcinella, il vulcano, il cavallo, l’uovo, il teschio, il corno e San Gennaro”; l’affermazione è forse vera ma solo se informata da principi razionali di pura estetica. Se infatti applichiamo i principi del metodo tradizionale scopriamo che nessun individuo, per quanto dotato di grande volontà e di forza d’animo, può impadronirsi di simboli che per loro natura sono potenti e incontrollabili. Piuttosto sono i simboli che, giunto il momento di riemergere dalle profonde acque della storia di una comunità, scelgono il soggetto in grado di rivestire il ruolo di rinnovatore di simboli. 
Lello Esposito è stato certamente scelto da forze misteriose per rappresentare le molteplici anime  della città e per questa ragione ha studiato, metabolizzato, elaborato e rilanciato i simboli della vera napoletanità in tutto il mondo; e lo ha fatto dal suo Atelier sito in Piazza San Domenico Maggiore ovvero dalle antiche Scuderie di Palazzo Sansevero uno dei luoghi più suggestivi della città. Qui, a pochi passi dall’antico complesso di San Domenico Maggiore e dalla alessandrina Piazzetta Nilo, l’artista si muove nei numerosi ambienti dove tutto ciò che si può osservare parla di Napoli, dell’intimo desiderio di descriverla in tutti i suoi aspetti anche quelli più controversi, della plasticità di forme arcaiche da cui tuttavia trasuda una potente carica vitale ed infine di gigantesche  e inquietanti figure che popolano le sale del laboratorio quasi muovendosi a loro piacimento. 
Si ha l’impressione, visitandone gli ambienti, che il geniale artista non si trovi mai da solo anche nei rari momenti in cui c’è assenza di persone fisiche. E allora maschere di Pulcinella ammassate in un angolo, in attesa di essere collocate per qualche performance artistica, pare dialoghino con teste bronzee di cavalli sfrenati pronti a partire al galoppo; grossi busti di San Gennaro disposti in fila e corni colorati da cui emerge Pulcinella allineati lungo le mura bianche richiamano la ciclicità di un tempo che scorre senza mai esaurirsi; le uova da cui tutto nasce in omaggio agli antichi miti virgiliani e i teschi monito eterno di una fisiologica fine della vita almeno in questa dimensione materiale e fisica; ed ancora sfere di bronzo pronte a rotolare pesantemente come il macigno del mito di Sisifo e Pulcinella stilizzati apparentemente messi in croce dalla storia che troppo spesso ha  vilipeso una delle più antiche maschere dell’umanità.
Questo è il luogo dove Lello Esposito, napoletano schietto ed estroverso, geniale e coraggioso, crea la sua Napoli materializzando il pensiero per renderlo fruibile alle persone che, in seguito, si troveranno a guardare le sue opere. 
Ne ha fatta di strada sin da quando creava, cominciando molto presto la mattina e spesso prima dell’alba, nel laboratorio di Salita Arenella dove andava a fargli visita l’amico Massimo Troisi e quando New York costituiva ancora un sogno lontano. Un giorno, rispondendo a un’intervista ma in realtà pensando ad alta voce, fece un’affermazione che chiarì magistralmente il suo punto di vista e nello stesso tempo espresse le linee programmatiche per un futuro di successi che lo avrebbe portato molto lontano: “la sfida è stata quella di utilizzare una maschera di cui s’era già detto e fatto tutto, ma di utilizzarla in modo sempre diverso”.
Dando un’occhiata agli elenchi e alle date delle principali esposizioni personali e collettive, ai cataloghi monografici e collettivi nonché agli studi critici dedicati a Lello Esposito da Aldo Masullo, Goffredo Fofi, Jean-Noel Schifano, Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva, Marino Niola e  altri, immediatamente si comprende come molto sia stato scritto ma molto altro c’è ancora da scrivere sulle opere di un artista che, pur essendo giunto a piena maturazione per così dire artistico-professionale, intende regalare alla città, ai suoi conterranei e a tutti i cittadini del mondo emozioni vere e profonde. Pertanto ha esposto, espone e di certo continuerà ad esporre opere e installazioni in creta, terracotta, bronzo e alluminio a Madrid e Berlino, Budapest e Parigi, Dusseldorf e Bonn, Monte Carlo e Tokio rilanciando Napoli e i suoi messaggi simbolici senza alcun limite geografico. Tuttavia sta rafforzando la sua presenza sul territorio statunitense e precisamente a New York, dove ha aperto un altro studio e  trascorre parte del suo tempo; qui ha esposto “Icone e Metamorfosi Napoletane” alla 4 East 54th Street, “Pulcinella in New York” in Viromare Gallery a Chelsea 547 west 27th Street, “Vernissage con Marco Zurzolo Trio” in occasione del Columbus Day, “Vulcano in New York” presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò alla New York University etc.  Ma non dimentica l’Italia con esposizioni a Venezia con “Pulcinelli”, a Bologna con “La sindrome di Partenope”, a Siena con “Iconostasi”, a Roma con “Extra Omnes” a Caggiano in provincia di Salerno con la mostra d’arte contemporanea “Città Moltiplicata” in cui venivano mostrate opere Pop art di Andy Warhol, spazialiste di Lucio Fontana e dell’utopista di “Progetto Museo Vivo” Ugo Marano; solo per citarne qualcuna senza correre il rischio di proporre una lista infinita e noiosa di esposizioni. 
Nel corso dell’intervista Lello Esposito ha affermato: “la mia è arte contemporanea che nasce a Napoli e la rappresenta nel mondo pur partendo dai segni riconoscibili della tradizione; in questo concetto non c’è traccia di localismo in quanto parlare di tradizione è un fatto universale” e difatti
esso stesso può essere definito, al di là di ogni ragionevole dubbio, uno dei più grandi esponenti dell’arte contemporanea italiana di respiro internazionale. Tradizione come motore inesauribile per favorire la conoscenza, attraverso l’arte, di una storia plurimillenaria e dei suoi contenuti simbolici che con il tempo, e sfruttando le moderne correnti del pensiero strategico, potrebbero diventare globalizzati. 
Ma Esposito ci sorprende ancora una volta aggiungendo: “tutto il mio pensiero parte dalle viscere della città ma è teso alla trasformazione della negatività, che in questo delicato momento storico è percepita da molti fatalisti come una realtà ineluttabile, in positività uscendo fuori dall’immobilismo di una olografia partenopea stereotipata e trita”. Ed è vero; infatti il corno di 270 cm. esposto alla Camera di Commercio come anticipo del Corno Show del prossimo marzo e il busto di Pulcinella donato alla città e posizionato in vico Fico Purgatorio ad Arco sono diventati istantaneamente cultura e punto di riferimento positivo per la riconquista di un territorio fisico e culturale da troppo tempo espropriato ai legittimi proprietari ovvero ai cittadini. Peraltro la figura di Pulcinella è considerata dai napoletani un modo efficace per raccontare la tradizione in maniera moderna e questo Lello Esposito lo ha ben compreso quando con un moto di profonda consapevolezza e orgoglio dice: “Il territorio, fatto di luoghi che conosco e di gente che mi appartiene, ha reagito bene nel momento in cui ho donato il busto alla città e in particolare ho voluto rendere omaggio agli artigiani che continuano a lavorare nonostante la crisi incombente e la palpabile sfiducia”. E’ un messaggio di speranza che Esposito lancia con energia ma è anche un’indicazione fornita ai decisori e dunque a chi amministra la città.

di Antonio Tortora
Tratto da http://www.fumusnapoli.it/lelloesposito.html

        Due bellissimi contributi audiovisivi  
      per un personaggio straordinario

   Tratto dal Canale Youtube di Demetrio Salvi

 Tratto dal Canale Youtube di Giuseppe La Guardia

DEGRADO E ABBANDONO A VILLA EBE, IL CASTELLETTO NEOGOTICO DI PIZZOFALCONE VOLUTO DALL'ARCHITETTO VISIONARIO LAMONT YOUNG


Reportage Fotografico di Antonio Tortora sul castelletto neogotico Lamont Joung a Pizzofalcone, Monte Echia, in stato di completo abbandono
Foto di Antonio Tortora: Ingresso di Villa Ebe - Castello Lamont Young


Nonostante sia passato poco meno di un anno dal giorno in cui è stato realizzato il reportage pare che nulla sia cambiato e mentre lo stato di folle incuria permane la desolazione regna sovrana in uno dei luoghi più suggestivi della città. Qui nasce Partenope e ogni cittadino napoletano, soprattutto i pubblici amministratori, non dovrebbero mai dimenticarlo.





Articolo scritto dal collega Angelo Forgione il 30 marzo 2010 e tratto da Napoli.com  (http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=33491)


Di napoletani illustri e dimenticati ce ne sono tanti, purtroppo. Il tempo cancella la loro memoria in assenza di una rivisitazione storica e di una valorizzazione dell’opera compiuta che finisce per essere ignorata.


Tra questi sicuramente c’è Lamont Young, rilevante esponente partenopeo dell’eclettismo nonostante il nome anglofono ereditato dal padre scozzese, architetto e ingegnere urbanista nato nel 1851 del quale vi sono evidenti tracce in città, qualcuna sotto gli occhi di tutti, qualcun’altra più nascosta. Eppure il personaggio è di grandissimo spessore se si considera l’epoca in cui è vissuto e le idee che ha cullato, umiliate da un ambito napoletano che dopo l’unità d’Italia perdeva traumaticamente centralità e importanza; ma a lui, come per tanti altri grandi napoletani, neanche una statua, mentre ve ne sono per “forestieri” di ben minor rilievo e importanza nella storia della città.



Per dare corpo ai lasciti urbani di Young basta recarsi in Piazza Amedeo e alzare lo sguardo; ai piedi della collina del Vomero, a monte del Parco Margherita, si erge il “Castello Aselmeyer”, un edificio a forma di fortezza eretto nel 1902 sul Corso Vittorio Emanuele in stile neogotico con motivi elisabettiani e tudoreschi e torri sporgenti d’impronta medioevale. Si chiamava inizialmente “Castello Grifeo” e fu la residenza dell’autore prima di essere venduta al banchiere Carlo Aselmeyer da cui il nome attuale. In realtà Young progettò molti edifici del Parco Margherita e tutto il complesso fino alla base della Villa Floridiana, ovvero il Parco Grifeo, attraversato da una strada in tutta la sua verticalità. Il parco prese il nome dalla potente famiglia siciliana dei “Grifeo di Partanna” che ne deteneva i terreni e di cui faceva parte quella Lucia Migliaccio duchessa di Floridia, seconda moglie di Re Ferdinando I delle Due Sicilie e ancor prima consorte di Benedetto III Grifeo principe di Partanna.



Lamont Young è anche il padre di “Villa Ebe”, nota anche come Castello di Pizzofalcone, che fu costruita sul fianco occidentale del monte Echia nel 1922; anch’essa in un eclettico stile misto neogotico-dannunziano, fu sua dimora sino al 1929 allorché vi morì suicida. Ebe era il nome della giovane moglie dalla quale ebbe quegli eredi che negli anni novanta alienarono la proprietà al Comune di Napoli. Ma l’amministrazione cittadina ha lasciato che la costruzione e la zona circostante piombassero nel degrado e nell’abbandono; la villa è stata vandalizzata e sfruttata dai senzatetto finché un violento incendio doloso nel 2000 ne ha distrutto gli interni e la splendida scala elicoidale. Da poco sono iniziati dei lavori di restauro nell’ambito della valorizzazione del bellissimo monte Echia e delle Rampe Lamont Young che da Via Chiatamone, superando la villa, risalgono fino al belvedere.



Dell’eclettico architetto-urbanista è anche il palazzo in Via Crispi che oggi è sede dell’istituto Francese Grenoble e che è stato anche dimora dello stesso politico Francesco Crispi, stranamente in un più sobrio stile neorinascimentale.



Lamont Young si formò in un epoca in cui in Inghilterra l’eclettismo d’architettura faceva scuola, ma in realtà il filone fu ispirato qualche decennio prima proprio dalle sperimentazioni della Corte borbonica di Napoli che, nel periodo di esilio del ’99 rivoluzionario, volle la residenza palermitana in stile orientale misto: la “Palazzina Cinese”.

Lo stile di Young era quindi fortemente napoletano progressista ma non fu invece ritenuto conforme a quello della città e ciò gli causò aspre critiche e forti opposizioni.

Non è l’architetto a stupire, almeno non quanto l’urbanista, talmente fervido da partorire progetti innovativi e pionieristici. La sua idea di Napoli era molto avanti rispetto ai suoi contemporanei e per questo seppe proiettare la città nel futuro, almeno nella sua testa. Formulò un’utopia che anticipava di oltre cento anni la triste attualità cittadina, studiando e trovando soluzioni per problematiche urbanistiche che oggi sono assolutamente cruciali per il futuro di Napoli.



A lui si devono i primi progetti ottocenteschi mai realizzati della metropolitana di Napoli che prevedevano la costruzione di una vera e propria "tangenziale" sotterranea che circondasse la città. Il suo progetto fu presentato ad un concorso bandito dal Comune di Napoli nel 1872 ma fu dichiarato non conforme al bando stesso che non prevedeva la trazione meccanica. In realtà fu boicottato perché avversario dell’imprenditoria locale che poco stimava, tant’è che il Comune, poco più tardi, approvò i progetti delle funicolari vomeresi e della ferrovia Cumana che presentavano circuiti di trazione simili a quelli pensati da lui e ai quali probabilmente ci si ispirò.

La metropolitana di Young avrebbe dovuto servire la città bassa da un capo all'altro della periferia e unire le colline attorno al centro, stante l’impossibilità di creare nuove strade in una città soffocata da mare e colline. Il progetto prevedeva anche ascensori e scale mobili per il Vomero e a tal proposito il progettista affermò: “Quando sarà realizzato, questo sistema libererà i viaggiatori dalle continue vessazioni che sono oggidì la più grande noia di questa città”. Era fine ottocento e chissà cosa penserebbe oggi.



Anticipando i problemi che oggi attanagliano la città, nella sua Napoli utopica c’era la visione di una metropoli diversa e proiettata nel futuro. Fu antesignano dei problemi del secolo successivo anche per la sua convinzione di uno sviluppo sostenibile del turismo che ispirò il “Rione Venezia”, anch’esso rimasto sulla carta: con i materiali di risulta degli scavi della sua metropolitana, Young progettò di creare un nuovo quartiere chiamato appunto “Venezia” che da Santa Lucia, lungo la costa di Posillipo, avrebbe dovuto collegare Napoli con i Campi Flegrei realizzando un canale navigabile anche attraverso delle gallerie, lungo circa 2 km e costellato di isole divise da altri canali. Il canale centrale, navigabile con battelli, avrebbe dovuto raggiungere la zona oggi ex Italsider dove previde un quartiere residenziale a scarsa densità abitativa fornito di bellissimi stabilimenti balneari, alberghi, stabilimenti termali, un giardino zoologico, giardini e zone terrazzate, ville degradanti verso il mare, negozi e un palazzo di cristallo con un lago e delle isolette centrali.

Qualche decennio dopo in quella zona sarebbero sorte quelle acciaierie che oggi sono in corso di lento smantellamento, lasciando il campo al dibattito sulla riqualificazione di Bagnoli in quanto grande occasione che Young aveva già risolto all’epoca. Le sue intuizioni, evidentemente geniali, avrebbero modificato il corso della storia di Napoli e possono oggi, a distanza di più di un secolo, essere comprese per il loro effettivo valore.



Nel 1888, dopo circa dieci anni, Young aggiornò e migliorò la sua proposta convinto dagli esperimenti di decentramento riusciti delle metropolitane di Londra, Vienna a Berlino. Riuscì stavolta a farlo approvare e si prospettò la realizzazione del suo sogno, ma a quell’epoca le concessioni erano subordinate ai finanziamenti e, sfiduciato dalla realtà locale, si rivolse alla finanza inglese fallendo l’intento; non potendo perciò mantenere gli impegni, fece scadere la concessione insieme al suo sogno e alla possibilità di una Napoli che oggi sarebbe diversa se avesse beneficiato delle sue idee illuminate.



Sorprende che i pallini ottocenteschi di Young, la costruzione della metropolitana e la riqualificazione di Bagnoli, siano oggi le due imprese titaniche delle amministrazioni comunali che si susseguono da decenni. Il passante ferroviario tra Gianturco e Pozzuoli, attuale linea 2 metropolitana, fu realizzato ispirandosi ai suoi progetti e fu così che nacque comunque la prima linea metropolitana d’Italia.

Il trasporto fu un suo pallino e non è un caso che nel 1906, riunendo nella sua abitazione trentanove fortunati possessori di automobili, fondò L’Automobile Club Napoli, quella che oggi è la più corposa associazione cittadina sul territorio.



Lamont Yong nacque paradossalmente troppo presto e visse come un uomo fuori dal suo tempo in una città già troppo difficile per un genio che fu un mix di perseveranza partenopea e rigidità anglosassone. Fu probabilmente proprio questa sua esistenza difficile che lo portò al suicidio, seppur a vecchiaia sopraggiunta.

Chi oggi ha la speranza di una Napoli più internazionale non può restare indifferente alla sua utopia formulata pochi decenni prima che le speculazioni mettessero irreparabilmente le mani sulla città. Il suo esempio va divulgato e la sua figura ricordata dalle istituzioni locali recuperando alla città Villa Ebe e restituendo decoro al Monte Echia che, oltre ad essere il simbolo delle origini di Partenope, è anche il luogo amato da lui amato, e non a caso.


giovedì 15 gennaio 2015

Da San Giovanni Maggiore a Gradini Santa Barbara

Le scale di Napoli

Le calatediscesegradinigradonirampe, scale di Napoli sono degli antichi percorsi pedonali che congiungono le colline con il centro e la costa. I più antichi percorsi gradinati della città, il più delle volte, sono nati grazie all'interramento di torrenti o sorgenti, che un tempo scorrevano appena fuori la città.

Queste strade furono innalzate anche per collegare facilmente le varie emergenze monumentali, soprattutto religiose: monasteri, ritiri, chiese, ecc. o soprattutto, per esigenze urbanistiche. Risultano tutt'oggi oggetto di studio e sono considerati dei veri e propri capolavori urbanistici.


Non è mera questione di meditazione, buddismo, zen, esicasmo o quant'altro; bensì è questione di interrogativi supremi che cercano risposte. Noi crediamo che nella poesia "Gradini" dello scrittore tedesco Hermann Hesse, Premio Nobel per la letteratura nel 1946, ci siano risposte precise a quesiti cui non ci si può esimere dal ricercare risposte. Il punto interrogativo del dubbio, dell'incertezza e della titubanza caratterizza la nostra vita inesorabilmente e ad un certo momento dobbiamo fermarci, tirare un respiro, impedire che l'ansia soverchi noi e tutto il nostro essere, dobbiamo aggiustarci gli occhiali sul naso e dobbiamo guardarci indietro per esaminare la nostra esperienza, dobbiamo guardare i nostri piedi per capire fin dove siamo arrivati, dobbiamo guardarci intorno per scoprire in quali territori ci siamo addentrati ed infine, cosa difficile dopo una lunga e meditata pausa, dobbiamo guardare avanti dimenticando per un secondo tutto quanto ci circonda, e riprendere finalmente il cammino. Si tratta di una scala antropologica che parte dalla materia corporea e dal corpo vivente, attraversa l'affettività, l'intelligenza e la libertà, sosta per qualche tempo nell'autocoscienza; infine raggiunge la supercoscienza. Una vera e propria piramide ascensionale che conduce l'uomo a sviluppi imprevedibili e unici per ogni essere vivente.

Da San Giovanni Maggiore a Gradini Santa Barbara
Escursione antropologica di #antoniotortora

il video:


album fotografico:


l'intera Playlist:
la poesia:

Gradini (Hermann Hesse)


Come ogni fior languisce e

giovinezza cede a vecchiaia,

anche la vita in tutti i gradi suoi fiorisce,
insieme ad ogni senno e virtù, né può durare eterna.
Quando la vita chiama, il cuore
sia pronto a partire ed a ricominciare,
per offrirsi sereno e valoroso ad altri, nuovi vincoli e legami.
Ogni inizio contiene una magia
che ci protegge e a vivere ci aiuta.
Dobbiamo attraversare spazi e spazi,
senza fermare in alcun d'essi il piede,
lo spirto universal non vuol legarci,
ma su di grado in grado sollevarci.
Appena ci avvezziamo ad una sede
rischiamo d'infiacchire nell'ignavia:
sol chi e' disposto a muoversi e partire
vince la consuetudine inceppante.
Forse il momento stesso della morte
ci farà andare incontro a nuovi spazi:
della vita il richiamo non ha fine....
Su, cuore mio, congedati e guarisci...